A Milano sfila l’esercito di Prada
Scarpe lucidate a dovere e cappotti neri d’ordinanza per difendersi contro il rigido generale inverno, medaglie che conquistano l’orgoglio e l’ammirazione del pubblico e un taglio di capelli uniforme e ordinato.
Non è una parata militare, non la celebrazione malinconica o filo-nostalgica di un ancient règime (il rosso, il nero e il bianco del maestoso pavimento potrebbero trarre in inganno facilmente) quella inscenata a Milano. Non è nemmeno un omaggio all’ultimo Tarantino di Inglorious Bastards, sia per i riferimenti, anch’essi militari, sia per la presenza di un cast stellare di attori-modelli d’eccezione (Tim Roth recitò in Le Iene e Pulp Fiction – ndr.) prelevati dal mondo di Hollywood.
Piuttosto i divi delle grandi produzioni cinematografiche si prestano a inscenare qualcosa di diverso: è lo spettacolo della moda, nel suo aspetto più concreto e sociale, è lo spettacolo del potere, ed è quello che detiene Miuccia Prada, regista scrupolosa e quanto mai immaginaria, per la sfilata della collezione Autunno/Inverno 2012.
“Interpretano la commedia del palazzo del potere“, racconta Miuccia Prada a pochi minuti dall’inizio dello show, “ per palazzo del potere intendo in modo in cui i maschi hanno imparato a tradurre la potenza in abito. Abbiamo infatti cercato di mettere in scena la potenza maschile. Per poi farne una parodia”.
Quello che sfila sulla passerella è infatti l’uomo di potere, figurativamente l’uomo in divisa, funzionari, banchieri, mescolati a figure minori, come camerieri, stretti in abiti possenti, rigidi, e fortemente maschili, fieri nelle loro espressioni, quasi in atteggiamento di sfida.
L’uomo di Prada sfoggia la sua sicurezza e il suo prestigio, non è vigliacco e mostra al mondo uno sguardo da duro, quasi spaccone, sorretto da un dolcevita che enfatizza il bianco, esagerato, della camicia, come fosse un collare.
E’ una classe dirigente, quella di Prada, che sfoggia come può stemmi universitari e massonici, fulmini e medaglie, trofei di una vincita e di una riuscita personale, chiarificata al mondo, sui petti delle giacche, sugli impermeabili, indossati sotto i cappotti, rigorosamente neri.
Il potere viene celebrato e allo stesso tempo deriso: le scarpe stringate e lucide, tipiche del business man, diventano di gomma, troppo deformi e larghe, talvolta esagerate, con stampe di margherite gialle fuori luogo, ad amplificarne il senso di inadeguatezza. Lo è pure l’origami che fa da fazzoletto, come anche il collo di pelliccia e l’occhiale con le lenti rosse (il look che ha voluto espressamente indossare l’attore Adrien Brody): tutto ha il segno dell’eccentricità.
L’essenza del potere viene spogliata strato dopo strato, capospalla dopo capospalla; il nero iniziale si abbandona ai toni più miti del grigio e arriva al ruggine e al cammello, ancora vincenti.
L’uomo, a fine “spettacolo”, ha perso autorità, pur mantenendola, e si è abbandonato alle sensibilità più tipicamente femminili, anche se attraverso il modo in cui si veste. “Tutto questo spero serva nel cammino che intraprendo da sempre: cercare, almeno con gli abiti, di rendere le donne più forti e gli uomini più sensibili, più umani” ribadisce Miuccia. Prada fa la pernacchia al potere, ne prende le distanze e ne ripropone uno proprio, come fosse non solo regista, ma anche una donna politica. E’ un discorso più ampio il suo, invita a slacciarsi dai vincoli che creano superiorità e inferiorità, invita ad inventarne di nuovi, spinge a nuovi equilibri. Non a caso gli attori scelti da Prada per rappresentare questa lotta, annoverano nelle loro brillanti carriere, ruoli di cattivi e di paladini della giustizia: il già citato Tim Roth era in Hulk , Gary Oldman, dava la caccia a Harry Potter ne Il prigioniero di Azkaban e Williem Defoe era Goblin, l’acerrimo nemico di Spiderman. E proprio in Spiderman si diceva questo: “Da grandi poteri derivano grandi responsabilità”; Prada sembra coglierne la lezione e risulta difficile, a sfilata ultimata, identificare a chi vuole riferirsi, se agli addetti ai lavori, o, in modo più generale, al mondo intero. Articolo di Simone Red Casale